
Una delle più importanti attività a Ganviè è la pesca che vede coinvolti adulti e bambini, i quali lanciano le reti nelle basse acque del lago Nokoue tra palafitte e gigli d'acqua in fiore.
Come in una sorta di "waterworld", la vita a Ganviè si svolge interamente sull'acqua spostandosi a bordo delle tradizionali piroghe in legno, alcune delle quali a motore. In barca si va a fare la spesa al mercato galleggiante, si va a scuola, si va a pesca e ci si sposta tra gli edifici della città.
A Ganviè, come in tanti villaggi africani, non esiste un acquedotto che serve le abitazioni, così l'acqua deve essere prelevata da un distributore e trasportata fino a casa in piroga, utilizzando grossi contenitori.
Per chi desidera visitare Ganviè più a lungo, apprezzandola anche di notte, un modesto albergo che sorge su una piccola isola, può essere il luogo ideale dove fermarsi a dormire.
Un santuario invece diventa un mucchio di resti di animali sacrificati alle divinità come offerta o come ringraziamento.
Il tempio dei pitoni ospita quasi 100 serpenti, protetti come divinità. In Benin si crede che uccidere un pitone porti sfortuna e negatività, mente indossarne uno intorno al collo permette all'anima di purificarsi.
Il forte portoghese di Ouidah risale alla prima metà del XVIII secolo ed è una struttura che ebbe un ruolo molto importante come base diplomatica in epoca coloniale. Nel 1961 i portoghesi furono espulsi ed il forte fu parzialmente distrutto. Successivamente restaurato e trasformato in museo, l'edificio ospita reperti che testimoniano i gravi fatti avvenuti in Africa Occidentale durante la tratta degli schiavi: fatti che tutto il mondo dovrebbe conoscere, ma che in questa sede non mi è possibile diffondere in quanto in tutto il museo è rigorosamente vietato fotografare.
Il resto dell'escursione a Ouidah è dedicata proprio alla tratta degli schiavi e dell'ultimo tragitto che percorrevano dal centro della città fino alla spiaggia dove venivano imbarcati, lungo una strada che è tutt'ora polverosa e dissestata. L'ultimo viaggio iniziava da una grande piazza dove gli europei selezionavano ed acquistavano all'asta gli schiavi, destinati alla rivendita nel Nuovo Mondo. Il tutto si svolgeva con la compiacenza e la complicità delle famiglie reali che governavano queste regioni, in quanto ricevevano in cambio dall'uomo bianco oggetti di lusso ed altre merci inesistenti in Africa (in realtà erano le stesse famiglie reali che ordinavano il rastrellamento dei villaggi remoti dell'Africa Occidentale, per prelevare schiavi da barattare).
Lungo la strada per la spiaggia, gli schiavi facevano 3 giri intorno all'albero del non ritorno in quanto, da questo momento, erano certi che non sarebbero mai più tornati nel continente. Oggi l'albero non c'è più, ma al suo posto è stato installato un memoriale che raffigura una sirena
Una delle ultime tappe era l'albero del ritorno, dove gli schiavi giravano altre tre volte come atto propiziatorio per ritornare in Africa sottoforma di spirito una volta morti oltre oceano. Attualmente si tratta di un grande "albero delle salsicce", specie molto diffusa nel continente africano.
Gli schiavi che non sopravvivevano alle torture praticate prima dell'imbarco ed alla "selezione naturale" venivano gettati, talvolta ancora vivi, in una grande fossa comune dove recentemente è stato costruito un memoriale. Nella fossa sono stati trovati gli scheletri di migliaia di persone.
Infine gli schiavi passavano il punto di non ritorno, dove facevano i loro ultimi passi sul continente africano, prima di essere imbarcati sulle navi in attesa al largo.
In contrapposizione alle condizioni di povertà, c'è qualche resort di lusso per turisti dove non mancano tutti i comfort.
In Benin, come in gran parte dell'Africa Occidentale, tra l'inizio di dicembre e febbraio soffia l'Harmattan, un vento fresco e polveroso che rende il cielo grigio, con il sole che traspare appena.° ° °
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